Il private equity italiano si è sempre basato su un modello seriale, che vede esordire i gestori, spesso fuoriusciti da grandi investitori globali, nel lanciare un primo piccolo fondo, per poi passare a un secondo più grande, un terzo di scala maggiore e così via. Questo modello però ha cominciato a evidenziare i propri limiti: non è scalabile, consente incrementi dimensionali limitati, non essendo facile passare a un altro ordine di grandezza e richiede tempi molto lunghi per arrivare alla soglia del miliardo gestito", spiega Luca Cuomo, Partner e Head of Corporate, M&A and Private Equity presso lo studio internazionale DWF, che in Italia ha seguito una lunga serie di add-on.
Aggiunge Cuomo: "Per ovviare ai limiti strutturali di questo modello, la soluzione è creare sgr in grado di gestire simultaneamente più fondi, così da aumentare la raccolta dotandosi di più strumenti, per esempio fondi di secondario, di private credit o anche di continuazione, che possano essere più attrattivi rispetto al tradizionale veicolo che investe in pmi".
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